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sexta-feira, 6 de maio de 2011

V. Russia e Comunismo

«Il contrasto di individualismo economico ed economia regolata, di capitalismo e socialismo, e l'altro politico di liberalismo e comunismo hanno preso, or, la forma di un dibattito intorno alle condizioni della nuova vita russa, se siano paradisiache o infernali, tollerabili o intollerabili, se indirizzate a un sicuro avvenire o andanti incontro a un necessario rivolgimento, e, per conseguenza, se da prendere a modello o da scansare. Dai libri il dibattito si versa nella quotidiana conversazione, e in quasi tutti i cervelli si agitano fantasmi di diverse sembianze, ammirati e aborriti, invocati o deprecati; il sì e il no si oppongono recisi e tenzonano, ma poco fruttuosamente. In effetto, la nuova forma del problema non è una nova forma, ma una difformazione, un miscuglio di questioni eterogenee, l'immaginazione che prende il luogo del concetto, e la coda messa al posto del capo. Quali siano le condizioni della Russia odierna è una questione storica; quale sia il carattere dell'ideale liberale e qual del comunistico è una questione teorica, di etica e filosofia dello spirito; e dalla prima non v'ha modo di passaggio alla seconda, non si può dedurre niente per la seconda: la prima riguarda una materia da interpretare, la seconda una ricerca di criteri interpretativi, ed è chiaro che quel che dev'essere interpretato, non può diventare, esso, criterio d'interpretazione. Le buone o cattive condizioni della Russia non dimostreranno né la bontà né la malvagità del comunismo come ideale, ma mostreranno soltanto quello che il popolo russo è in uno stadio del suo svolgimento. Quanto all'utilità dell'economia individualistica e di quella regolata, del capitalismo e del socialismo o come altro si chiamino, non tratta neppure di una questione storica, ma di una questione tecnica, la cui soluzione varia secondo luoghi e tempi, e secondo luoghi e tempi è più o meno parziale. Distinguiamo, dunque, i tre problemi, e risparmieremo voce e fiato, il che sará meglio per tutti. Sulla interpretazione storica degli avvenimenti russi dal 1917 in poi cominciamo ad abbondare libri di indagatori ed osservatori seri e onesti, solleciti d'intendere il processo obiettivo e le forze che lo hanno mosso e lo muovono. I tentativi di economia regolata non mancano quasi in nessun paese e in taluno sono molteplici ed estesi, come non mancano le richieste opposte di una ripresa liberistica; e tutto ciò è politica, e politica in atto. Ma, circa il carattere dell'ideale comunistico e di quello liberale, quando lo si riporta alla meditazione del filosofo e dello storico, si scorge il grosso errore nel quale di solito ci si lascia impigliare, e non solo dai sostenitori di una parte, ma anche da quelli dell'altra. L'errore consiste in ciò che si prendono i due princìpi, che animano i due diversi ideali e reggono i due diversi sistemi, quello della libertà e quello della eguaglianza, e, mettendoli sullo stesso piano, si cerca di battere l'uno con l'altro, di scacciare l'uno per l'altro. Ora, né i due princìpi stanno sullo stesso piano, né l'uno potrà mai soppiantare l'altro. L'umanità ha sete di eguaglianza, che è ciò che si chiama giustizia; e il lavoro dell'eguagliare e di assidere sempre più largamente la giustizia è il lavoro incessante della legislazione e della civiltà. Ma non meno l'umanità ha bisogno della disuguaglianza, di diversità nelle attitudini, di differenziazione sociale, dell'individuo che accette e difende l'esistente e di quello che non lo accetta e che lo sovverte, del contrasto tra conservatori e rivoluzionari in tutti i campi, dal campo del pensiero al campo della politica; ha bisogno, insomma, di tutte le cose, che formano la storia, e che si rispecchiano nella concezione liberale, sommamente storica. La quale storia, senza dubbio, non sta sullo stesso piano, ma sta più in su del bisogno di eguaglianza, e lo soddisfa volta per volta, come può, come le conviene pei suoi stessi fini di innalzamento dell'umanità, e sempre più largamente ma sempre limitatamente, perché non si può pensare che quello venga in modo pieno e assoluto attuato, senza pensare, per assurdo, che con ciò la vita si arresterebbe, né varrebbe a sostituirla il vagheggiato meccanismo degli eguali, che è un'astrazione e non è una possibilità.
Perché rinnovo questi schiarimenti e queste distinzioni? Per la vana speranza di ottenere che «eguaglianza» e «libertà» non siano, come si usa, né parallelizzate né contraposte, ma concepite nella necessaria loro relazione funzionale, e che gli uni smettano dal negare l'idea  di libertà, gli altri quella di eguaglianza. Dico vana speranza, perché i ragionatori ad orecchio, dominati dalle passioni e dell'immaginazione, sono legione; e gli spiriti avveduti, gl'intelletti critici, le menti comprensive sono pochi. Ma, in ogni caso, è bene che questi pochi tengano ben chiaro e presente in che consiste l'errore, tra ingenuo e sofistico, che ha avuto corso nei secoli e ora sembra riasceso ai sommi onori.»


Benedetto Croce, Dal libro dei pensieri

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